Biden, un coro di critiche sempre più assordante

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New York – La giornata più tragica dell’ultimo decennio per gli americani in Afghanistan segna anche il punto più basso toccato finora da Joe Biden. Ma non esistono ritirate gloriose. E non può essere un bello spettacolo, l’abbandono della periferia di un impero che era ormai al di sopra della forza reale dell’America, nonché inadeguato alle sfide del domani. Biden appare come una figura di transizione, con la missione quasi impossibile di ridimensionare il ruolo globale degli Stati Uniti senza che questo appaia troppo umiliante. In questo 27 agosto 2021, il bilancio di 13 morti fra i “suoi ragazzi” gli s’incolla addosso e lo perseguita.

Biden ha fatto quel che poteva e quello che è nelle sue corde per consolare una nazione in lutto. La sua storia personale piena di tragedie familiari, l’avere avuto un figlio militare che rischiò la vita al fronte, rende credibile e non artificiale la sua empatia.

L’essere stato il vice di Barack Obama nella Situation Room quando venne ucciso Osama Bin Laden, rende abbastanza affidabile anche la sua promessa di fare giustizia colpendo i responsabili della strage. Ma il capo di Al Qaeda venne giustiziato il 2 maggio 2011 cioè quasi dieci anni dopo l’attacco dell’11 settembre. Può Biden placare la sete di giustizia in tempi più rapidi? Lo scenario più virtuoso include un ruolo attivo dei talebani, interessati ad accreditarsi all’estero e magari anche a sbloccare un po’ di fondi sequestrati nelle banche americane. Un fattivo aiuto dei talebani sul terreno potrebbe forse aiutare a punire i terroristi dell’Isis-K in tempi ravvicinati.

Ma neanche i talebani sono onnipotenti sul terreno, tant’è che l’Afghanistan ha continuato ad essere il teatro di attentati e stragi contro la popolazione civile, anche durante quella tregua in cui le forze Nato venivano risparmiate. Quello che Biden esclude, è di inviare altre truppe con la missione di dare la caccia ai terroristi: sarebbe un altro modo per darla vinta al Pentagono e ritornare allo scenario della “guerra dei cent’anni”, come la chiamò John McCain (un falco repubblicano che era un alleato di ferro dei generali, ma al punto da trarre le estreme conseguenze del loro disegno: trasformare l’Afghanistan in una colonia o un protettorato Usa). Ogni giorno in più di permanenza dei seimila soldati americani all’aeroporto di Kabul, è un giorno in più in cui sono bersagli potenziali di nuovi attentati. Poi c’è lo scenario “droni”, cioè una caccia ai terroristi dell’Isis-K affidata ad armi tecnologiche, senza rischiare le vite dei soldati. In passato sappiamo però che i droni hanno anche sbagliato mira; e la loro efficacia è spesso proporzionale alla qualità dell’intelligence sul terreno, una intelligence di cui gli americani si troveranno sempre meno provvisti in quell’area.

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Biden tiene duro quindi, la missione-evacuazione deve finire nei tempi previsti. se qualche americano resterà indietro, bloccato in Afghanistan per qualche ragione dopo il 31 agosto, si cercheranno poi altri metodi per “estrarlo” e portarlo in salvo, ma senza rischiare le vite di migliaia di soldati.

Il coro di critiche contro di lui si fa sempre più assordante. I repubblicani pronunciano la parola impeachment, com’era prevedibile in un paese dove il “loro” leader ne subì ben due in un solo mandato. Con 13 morti sulla coscienza, il comandante supremo delle forze armate che è il presidente degli Stati Uniti è per forza macchiato, indebolito. Tenere duro sul progetto di lungo periodo forse è l’unica cosa che gli resta da fare, nella speranza che i tempi lunghi della storia partoriscano un giudizio diverso. La storia a volte gioca degli scherzi a chi tiene lo sguardo incollato sull’attualità. La caduta di Hanoi nel 1975 – spesso evocata a sproposito nei paragoni con la débacle di Kabul – fu seguita 14 anni dopo dal trionfo americano nella guerra fredda.  

 

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