Il Qatar verso i Mondiali di calcio, ma la partita vera si gioca fuori dagli stadi. Fra Afghanistan, gas e diplomazia

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Dalla pista dell’aeroporto internazionale Hamad di Doha, la capitale del Qatar sembra una delle città invisibili di Italo Calvino. Un nucleo di grattacieli circondato dal mare da un lato e dal deserto dall’altro: attorno ad essi, gru e scheletri architettonici in divenire raccontano il presente e il futuro di questo piccolissimo Paese che fra un anno si ritroverà al centro dell’attenzione mondiale.

Da mesi, Doha è un cantiere: in costruzione non ci sono solo le strutture per i Mondiali di calcio, ma il destino stesso di questa nazione, la più piccola – 11.521 chilometri quadrati, poco più dell’Abruzzo – a cui sia mai stata affidata l’organizzazione di un evento simile. E quella che più ha investito per realizzarlo: 240 miliardi la cifra stimata. Soldi che vengono dalle rendite degli enormi giacimenti di gas naturale: 25,4 miliardi di metri cubi di riserve fanno del Qatar una delle nazioni più ricche del mondo e garantiscono alla scarsa popolazione (300mila persone, solo il 10% dei 3 milioni che qui vivono) uno dei welfare più generosi. “Il Qatar non rientrerà dell’investimento in termini finanziari – spiega Simon Chadwick, direttore del centro per lo Sport alla EmLyon business school – ma punta a un ritorno di immagine e reputazione. Ad un guadagno in soft power. Il senso di questo Mondiale è consolidare la posizione regionale, rispondere alla vulnerabilità assegnata dalla geografia”.

 

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Per capire le parole di Chadwick basta una mappa: schiacciata fra l’Arabia Saudita e i cugini emiratini, con cui non corre buon sangue da quando, nel 1971, si staccò dalla loro federazione, Doha appare subito fragile. Ciò è ancora più evidente guardando al dirimpettaio dall’altra parte del mare, l’Iran sciita che dei Paesi del Golfo sunniti è nemico giurato. Proprio per la sua prossimità, il Qatar ha tenuto verso Teheran una politica meno ostile di sauditi ed emiratini: e lo ha pagato con 3 anni di embargo dai vicini che hanno messo a dura prova la sua economia.

Ma se un anno fa ci si chiedeva come Doha avrebbe potuto reggere al blocco, con il 2021 tutto è cambiato. L’elezione di Joe Biden ha convinto Arabia Saudita ed Emirati a mettere fine all’embargo. L’aumento dei prezzi delle materie prime ha portato nuova liquidità allo Stato. E il ruolo giocato nella crisi in Afghanistan ha dato al Paese un prestigio internazionale mai avuto prima. Forte di tutto ciò, si affaccia al 2022: “Il Qatar è animato dalla volontà di presentarsi al mondo come un interlocutore credibile, un ponte fra l’Occidente e quelle realtà con cui non vuole avere direttamente a che fare. I talebani, prima di tutti”, commenta Cinzia Bianco, specialista di Golfo per lo European council for foreign relations. Con loro – così come con i Fratelli musulmani – da tempo Doha intrattiene buoni rapporti, tanto che sin dal 2013 qui hanno aperto una rappresentanza diplomatica. Tutto questo per anni ha esposto il Paese alle accuse di ambiguità politica e doppiogiochismo: ma ha pagato l’estate scorsa, quando davanti alle immagini che arrivavano da Kabul la diplomazia internazionale è corsa alla corte dell’emiro Tamim bin Hamad al Thani a chiedere aiuto per facilitare le evacuazioni.

 

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Da quella crisi Doha è uscita più forte, tanto da essere nominata rappresentante degli interessi americani a Kabul. Ma gestire il rapporto con i talebani non sarà facile: “L’idea è che avranno bisogno di accedere ai fondi internazionali e per questo ammorbidiranno le loro posizioni: ma se non accadrà, il rapporto potrebbe rivelarsi scomodo”, conclude Bianco.

Di tutto questo nella capitale, impegnata nel completamento di stadi, strade, metropolitana e strutture ricettive non arrivano che riflessi. “Le sfide ancora aperte sono tante”, dice Chadwick. Fra le principali rispondere alle accuse sulla kafala, il sistema che prevede il controllo pressoché totale dei datori di lavoro su vita, sicurezza e libertà di movimento delle migliaia di lavoratori (nepalesi, indiani, pachistani) impegnati nella costruzioni. Le riforme introdotte, secondo Amnesty International, non bastano e le accuse di sfruttamento con l’avvicinarsi dei Mondiali aumentano. Eppure a Doha non destano preoccupazione come in passato: il Qatar gioca una partita più ampia di quelle che si tengono negli stadi. E oggi più che mai conta su amici pronti a chiudere un occhio su eventuali falli.

 

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